Bruciati vivi per un contratto regolare
I quattro uomini bruciati vivi nella campagna di Cosenza avevano chiesto ai propri caporali contratti in regola. Tra le altre notizie: l’accordo tra Iran e Stati Uniti sembra essere sempre piú lontano, le poche case del Piano Casa del governo Meloni, e i batteri nella pancia di Ötzi
Ieri abbiamo riportato la notizia del ritrovamento dei corpi carbonizzati di 4 lavoratori di origine pakistana in una auto nella campagna di Cosenza. Purtroppo sembra certo che la matrice della strage, come sospettato, abbia a che fare con un caso di sfruttamento e caporalato. Un quinto lavoratore, fortunosamente scampato alla strage, ha raccontato agli inquirenti che i 4 sarebbero stati uccisi perché avevano chiesto ai propri caporali, a loro volta di origine pakistana, condizioni di lavoro più dignitose. La testimonianza del superstite, Taj Mohammad Alamyar, è terrificante: dopo una lite a un benzinaio i caporali li hanno chiusi in un’auto, poi li hanno cosparsi di benzina e gli hanno dato fuoco — Alamyar è stato l’unico a riuscire a rompere un finestrino e fuggire. (Fanpage)
Le condizioni in cui le vittime erano costrette a lavorare sono quelle dello sfruttamento più duro: guadagnavano 50 euro al giorno raccogliendo fragole, di cui però dovevano pagarne 5 per il trasporto, da un campo all’altro dell’alto Jonio cosentino, e percepivano una busta paga, fittizia, di 350 euro al mese. Chiedevano un contratto regolare, e in risposta sono stati minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare. Di loro, chiaramente, si era voluto fare esempio, bruciandoli vivi. Almayar commenta seccamente che si tratta di “mafia,” riferendosi non alla ’ndrangheta, ma al sistema di sfruttamento sistematico in cui sono schiavizzati i braccianti tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino. Le telecamere della stazione di servizio hanno inchiodato i responsabili, fermati dalla Procura di Castrovillari. (il Fatto Quotidiano)
Le parole più dure sono state spese forse dal vescovo di Cassano allo Jonio, Francesco Savino: “Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici.” (Avvenire)
Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ha detto che “la lotta dello Stato contro la criminalità è necessaria” (sic) e ha poi vantato quanto fatto finora dal governo Meloni — che, nei fatti, evidentemente non è sufficiente; e sicuramente non ha salvato la vita dei 4 lavoratori bruciati vivi. “Con il Governo Meloni abbiamo aumentato il contrasto al caporalato, istituito la clausola di condizionalità sociale per escludere dai fondi pubblici le aziende che non rispettano le leggi, e incrementato i flussi di lavoratori regolari.” Il ministro ha poi aggiunto, in modo poco chiaro: “Questo crimine non ci fermerà.” Ilaria Salis ha commentato: “Al di là delle dichiarazioni di circostanza, tutti sanno che una parte significativa dell’agricoltura italiana si regge sull’iper-sfruttamento della manodopera straniera, creando le condizioni perché il caporalato prosperi. (E continuerà a prosperare finché migliaia di lavoratori resteranno ricattabili a causa di norme che vincolano il permesso di soggiorno al contratto di lavoro.)” (Alimentando / X)